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Mysteries and Smaller Pieces (Misteri e Piccoli Pezzi) esplodeva in scena nel 1964 a Parigi scontrandosi con il pubblico francese non ancora pronto ad accettare uno spettacolo che rompeva la percezione di come definire il “teatro”. A New York trent’anni dopo (1994), abbiamo ancora gridato ma questa volta lo slogan “Basta con le guerre!”

Tra rabbia e rivolta, ma anche entusiasmo, una cosa è chiara: il teatro non può più restare nella tradizione delle sue precedenti forme.
Uno spettacolo costruito sul processo di creazione collettiva che ogni volta viene riadattato e improvvisato a seconda delle circostanze.
Entrare nel teatro attraverso la vita, e entrare nella vita attraverso il teatro. Unione: fine delle divisioni.


Senza una trama, senza personaggi e scenografia, Mysteries confonde la divisione tra vita e arte, tra teatro politico e teatro di protesta, reinventando addirittura l’interazione tra palco e platea. Basandosi sull’ improvvisazione, su rituali, su slogan politici (Street Songs) e sulle teorie di Antonin Artaud, gli attori confrontano loro stessi con un mondo di guerra e di morte, con la vita stessa e con i nostri concetti di teatro.


Come forse Artaud suggerisce, il problema della vita è la mancanza di qualcosa di basilare, sacro, potente, magico ed essenziale che ora può essere trovato solo nel teatro.


Oggi, dai teatri di New York, dai centri sociali in Italia, da luoghi lontani come il Libano o la Serbia fino a tutta l’Europa dell’est, Mysteries, che fa parte del repertorio del Living, sfida ancora le nuove generazioni con le stesse domande già poste negli anni ’60 ma rivolgendosi, questa volta, ad un mondo ancora più lontano da tali visioni.


“Nei Mysteries non abbiamo più ruoli ma siamo noi stessi; si aprono le porte a una tecnica sovversiva.”

Judith Malina

Mysteries anni '60
New York City 2007
foto: chantel cherisse lucier
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Mysteries and Smaller Pieces
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